Oggi, domani / Cesare Brandi (1968)

“La nostra civiltà che si razionalizza, in apparenza, sempre di più, si meccanizza quindi sempre di più, è tutta un enorme neoplasma, come un neoplasma al cervello che prima di distruggere completamente i centri, li comprime, li deforma, li annulla. Così il massimo della razionalizzazione coincide con l’atrofia di quello che fa uomo l’uomo, in primo luogo la contemplazione, l’ozio nel senso antico e non dispregiativo: vedere e mirare. Vedere e recuperare, mirando, il tempo remoto e quello nuovo, ricomporre il proprio essere avulso e sminuzzato dalle ore quotidiane, dal fracasso tecnologico. Né vale solo la campagna o la montagna o il mare per questo. La città, che è l’espressione stessa dell’uomo in quanto vive con l’uomo e fa civiltà e crea cultura, la città deve anche poter sospendere l’uomo dal suo flusso ininterrotto di affanni e di lavori forzati”.

Contro il totalitarismo economico

Serge Latouche, Breve storia della decrescita. Origine, obiettivi, malintesi e futuro, Bollati Boringhieri 2021 (pp. 144, euro 16)

Fa bene Serge Latouche a tornare periodicamente a spiegare la sua idea, a illustrarne presupposti e conseguenze, perché su di essa non è calato il silenzio, come su altre espressioni del pensiero critico, ma si è riversata una violenta reazione che l’ha caricaturizzata, in chiave regressiva o pauperista: dovremmo forse tornare alla candela? e che cosa ci sarebbe di felice nella rinuncia a molte delle cose che il progresso ci ha donato? Non è forse il sogno di chi queste cose le possiede, questa proposta di abbandonare la crescita come parametro attorno a cui tutto non può che ruotare (misure di contrasto alla pandemia comprese, verrebbe da aggiungere)? Una reazione non casuale, tanto più beffardamente ostile quanto più la proposta ha saputo giungere al cuore del sistema che governa la nostra società, le nostre vite.

Ecco allora una nuova lezione su quel che si deve intendere per decrescita, questa volta più di altre consapevole – si direbbe – dei fraintendimenti ormai sedimentati e disinvoltamente perpetuati da giornalisti e politici privi di remore nell’interpretare il progetto riduttivamente, come un programma immediatamente operativo: non senza qualche responsabilità del suo ideatore, c’è forse da dire – si notava sommessamente commentando un altro libro di Latouche (Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro, uscito l’anno scorso e in queste note alla fine dell’agosto 2020).

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Il tempo, la vita / Jorge Louis Borges

“Ogni volta che ricordo il frammento 91 di Eraclito, ‘Non scenderai due volte nello stesso fiume’, ammiro la sua abilità dialettica, giacché la facilità con cui accettiamo il primo giudizio (‘Il fiume è un altro’) c’impone clandestinamente il secondo (‘Sono un altro’) e ci concede l’illusione di averlo inventato”.

Una federazione per la società civile planetaria che già esiste

Luigi Ferrajoli, Per una costituzione della terra. L’umanità al bivio, Feltrinelli 2022 (pp. 204, euro 20)

Una “federazione di popoli” estesa a tutta la Terra: quella che a detta dell’autore stesso può apparire “un’idea chimerica”, tanto più in giorni segnati dal ritorno della guerra in Europa, risulta in realtà essere “l’inevitabile via d’uscita dai mali che gli uomini si procurano a vicenda”. A dirlo non è l’autore, ma – pochi anni prima della Rivoluzione francese – Immanuel Kant, convinto che gli Stati debbano “rinunciare, come i singoli individui, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a leggi pubbliche coattive e formare uno Stato di popoli”. Si tratta, secondo Luigi Ferrajoli, di “una chiara, sicura previsione del costituzionalismo globale” prospettato in questo libro e diffusamente illustrato in altre sedi (come il sito www.costituenteterra.it). Non è, questa, una delle tante, per quanto apprezzabili, prediche inutili ma un discorso circostanziato e rigoroso quanto lo può essere quello di un giurista e filosofo del diritto e della politica capace di mettere in luce “l’imprevidenza e l’inadeguatezza dei nostri sistemi politici” di fronte alle emergenze che la pandemia ha soltanto reso più evidenti e di dimostrare che l’unica risposta all’altezza delle “catastrofi globali” che incombono è “l’allargamento a livello planetario del paradigma del costituzionalismo” affermatosi “all’indomani della liberazione dai regimi fascisti”. Catastrofi ecologiche, minaccia di guerre nucleari, lesioni delle libertà e dei diritti fondamentali, sfruttamento illimitato del lavoro, migrazioni di massa: “le tante carte e convenzioni sui diritti umani” hanno dimostrato la loro inconcludenza in una realtà nella quale “l’umanità forma già una società civile planetaria”, “attraversata – tuttavia – da conflitti e confini che le impediscono di affrontare i suoi tanti problemi globali”, irrisolvibili da parte degli Stati nazionali, strutturalmente impossibilitati a contrastare i “crimini di sistema” commessi dall’“anarcocapitalismo globale”, crimini anche se non riconosciuti come reati  in quanto – secondo una visione giuridica arretrata e sclerotizzata – non classificabili come “illeciti penali”.

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Scrivere, leggere / Chandra Candiani

“L’isolamento porta con sé la paura di rimanere tagliati fuori dal tormento del mondo e nello stesso tempo offre la possibilità, stando bene, di inviare il bene agli altri, di invitarli a non fossilizzarsi nell’antropocentrismo. Si può scrivere dal bene e non soltanto dall’angoscia. Si pensa: meno sofferenza, meno scrittura, ma non è vero. Il dolore dà una nota musicale diversa ma non c’è solo quella”.

Una favola antiglobalista

John Ironmonger, La balena alla fine del mondo, Bollati Boringhieri 2021 (pp. 414, euro 18)

Il corpo di un uomo sull’arenile di un paesino della Cornovaglia, una balena che poco dopo vi si spiaggia. Ma l’uomo non è morto: gli abitanti di St Piran lo salvano, ed è lui a guidarli poi nel salvataggio della balena, risospinta a forza in mare, lei che, a quanto pare, aveva a sua volta salvato l’uomo sospingendolo fin sulla riva. Questi i fatti da cui si sviluppa la storia, coinvolgente nel suo intreccio e nella galleria di personaggi che spiccano nella piccola comunità, ma anche nel suo tema di fondo: la differenza abissale fra il mondo del villaggio e quello della città, la City londinese da cui il protagonista era fuggito, convinto di aver mandato in bancarotta la finanziaria in cui lavorava affidandone le strategie al programma da lui ideato, capace di mettere a fuoco la miriade di connessioni che percorrono il pianeta globalizzato e prevederne l’evoluzione. È questa la sequenza che ha cambiato la vita di Joe Haak: “nello spazio di quarantotto ore, era passato da funzionario relegato alla scrivania nell’angolo buio di una banca della City a eroe di una minuscola comunità a centinaia di chilometri di distanza”, una comunità nella quale il tempo “si muoveva a un ritmo diverso. Un uomo poteva stare seduto con del sidro e osservare l’oceano, e le lancette dell’orologio avrebbero fatto il giro del quadrante e nessuno lo avrebbe chiamato per nome. Avevano ‘tempo’ nella City? Era lo stesso fenomeno?”.

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Luoghi piante animali uomini / Jonathan Safran Foer

“L’abilità umana di adattarsi ai cambiamenti drammatici è tanto motivante quanto deprimente. Chi avrebbe pensato, un paio di anni fa, che non avremmo battuto un ciglio, che non avremmo pianto vedendo scuole piene di bambini che indossano mascherine? O che avremmo considerato normale un bus pieno di gente che fissa rettangoli di vetro nel palmo, invece di interagire in quello che consideravamo il ‘mondo reale’? (…) non sapevamo tutti che sarebbe successo? Non ce lo aspettavamo da anni? Non siamo quel tipo di persone che accettano una scienza incontrovertibile? Davvero è possibile che questa situazione ci vada bene? Non è chiaro ormai che, consapevolmente o meno, stiamo scegliendo il cambiamento climatico?

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L’inevitabilità del distacco, il segreto delle relazioni

Cees Nooteboom, Venezia. Il leone, la città e l’acqua, Iperborea 2021 (pp. 255, euro 19,50)

Fra coloro, non pochi, che ritengono che da una parte ci siano le città, tutte, e dall’altra Venezia, c’è sicuramente Nooteboom: Venezia – prevede, anche se ci ritorna dopo esserci già stato molte volte –, “ mi attirerà e mi respingerà (…), diverrà parte della mia vita mentre io non sarò mai parte della sua, vagherò come un granello di polvere attraverso la sua storia”, e anche se visitarla si risolve in un “esercizio di ripetizione, la città deve essere riconquistata ogni volta”, perché a coglierti è “sempre la stessa mescolanza di estasi e di smarrimento”. La si può conoscere in ogni angolo e sperimentare così la sottile sensazione dello spaesamento. Ma non si tratta solo di luoghi, di spazio. È la grana del tempo che è diversa: “Il tempo qui non pesa nulla”, anche se, contraddittoriamente, “le bronzee voci del tempo che in altre città non si sentono più, qui ti saltano addosso nei vicoli e sui ponti”, e non si tratta solo del tempo della giornata. È il tempo della Storia a venirti incontro in questa “città pieno di ombre e del ricordo di ombre, Monteverdi, Proust, Wagner, Mann”. È tutta la città a confondere il presente con il passato, a far continuare a vivere, e a lasciar intravedere, il passato nel presente: “Qui si va in giro un po’ disorientati, smarriti tra gli strati di passato, che a Venezia appartengono tutti contemporaneamente al presente. Qui l’anacronismo è l’essenza stessa delle cose”. Tanto più che il futuro stesso si aggira fra calli e campielli, un futuro che non si vuole immaginare, quello in cui la città “come un Titanic, tornerà a sprofondare nel molle terreno su cui sembra ancora galleggiare”. Meglio dunque affidarsi, in questo girovagare che si traduce in un minuto diario di sguardi e memorie, a guide che risalgono a tempi nei quali un simile destino era del tutto impensabile, al Baedeker del 1906, o alla guida del Tci del ’54 (un po’ come Michael Portillo nelle sue serie documentaristiche che la televisione da anni ci propone). Ma il proposito è presto scordato: la città si impone e “se hai buon senso ti lasci smarrire”, ti rendi conto dei vantaggi che ha perdersi, a Venezia; entrare “in un vicolo che finisce contro un muro o su una riva senza ponti” e in questo modo vedere “quelle cose che non avresti visto mai” se avessi seguito diligentemente i consigli di una guida, né avresti udito: è quando abbandoni le vie più battute che senti, nel suono dei passi, “il rumore dimenticato di un tempo senza automobili e che qui risuona ininterrottamente da tanti secoli”.

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Oggi, domani / Byung-Chul Han

“L’intrattenimento è in procinto di creare, ben oltre l’episodico, una nuova ‘condotta di vita’, una nuova esperienza del mondo e del tempo (…). La cornice ‘schermo’ definisce i film come intrattenimento, ma include anche le notizie, e l’identica cornice fa sì che l’intrattenimento e le notizie si mischino. Anche il confine tra ‘realtà vera’ e ‘realtà finzionale’, che contraddistingue l’intrattenimento, sfuma sempre più. Da tempo ormai l’intrattenimento comprende anche la ‘realtà vera’, modifica gli interi sistemi sociali senza tuttavia segnalare la propria presenza: così sembra consolidare un ipersistema coestensivo del mondo”.

L’inevitabilità del distacco, il segreto delle relazioni

Bernhard Schlink, I colori dell’addio, Neri Pozza 2021 (pp. 240, euro 18)

Non è questo l’unico caso in cui Schlink preferisce, rispetto al romanzo, la raccolta di racconti. Sette, come in Bugie d’estate (pubblicato dallo stesso editore due anni fa), tenuti insieme però da un tema, quello richiamato nel titolo: l’addio, il commiato. Scelte inevitabili e che tuttavia, più che a un passo indietro, a un ridimensionamento dell’Io e delle sue pretese, costringono a una rivisitazione del proprio passato, impongono l’assunzione di un impegno in qualche modo eluso fino al momento del distacco e, anche, l’acquisizione della consapevolezza che la scomparsa dell’altro prelude alla propria: “Sono morti tutti: le donne che ho amato, gli amici, mio fratello e mia sorella e naturalmente i miei genitori, gli zii e le zie. Sono andato ai loro funerali, un tempo di frequente perché a morire era la generazione precedente alla mia, poi di rado e negli ultimi anni sempre più spesso perché stanno morendo quelli della mia generazione”. Ma andare ai funerali non è che mettere in scena una separazione che in realtà chiede di essere ben altrimenti elaborata: “Per lungo tempo ho pensato che un funerale potesse aiutare a congedarsi dai nostri morti. Del commiato c’è bisogno, perché sapere che un nostro caro se n’è andato continua a turbarci fino a quando, grazie a quella cerimonia, egli non trova la pace – e noi con lui. Ma in realtà un funerale non è di alcun aiuto. Rassicura chi è rimasto dell’importanza del defunto e in qualche misura lo rende partecipe di quella importanza. Rassicura chi vi assiste della dignità del rituale cui si dedicano un paio d’ore, durante il quale si vede e si viene visti, si rende l’ultimo omaggio al defunto e si porgono le condoglianze ai familiari, e in fondo in fondo il funerale dà una certa dignità anche ai partecipanti. Ma che serva ad affrontare meglio il commiato, questo proprio no”.

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L’avventura dello scrittore

Daniel Mendelshon, Tre anelli. Una storia di esilio, narrazione e destino, Einaudi 2021 (pp. 112, euro 16)

Una conferma ulteriore della vitalità di una forma capace di innovare e insieme conservare l’impianto narrativo che continua ad apparire, a molti di noi perlomeno, consustanziale all’arte del raccontare: questo troviamo nel nuovo libro di Mendelshon, esempio di romanzo-saggio o, se si preferisce, di saggio che trova il suo elemento unificatore in una cornice narrativa e in un susseguirsi di digressioni, in gran parte autobiografiche. Il tema, lo dice il sottotitolo, è quello dell’esilio; per alcuni, come per i tre autori di cui si racconta, destino che ha motivato e sorretto la loro opera. Il filo che percorre la “storia” è la riflessione sullo scrivere, e per chi sia tentato di leggervi il segno di un’autoreferenzialità dello scrittore vale quanto affermato recentemente da Elena Ferrante (I margini e il dettato, in queste note alla fine dello scorso dicembre): “ogni narrazione dovrebbe comprendere sempre, al suo interno, anche l’avventura dello scrivere che le dà forma”.

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Segni dell’inciviltà di un paese

Tomaso Montanari, Chiese chiuse, Einaudi 2021 (pp. 144, euro 12)

La denuncia che nasce dalla considerazione documentata, l’appello che muove dalla denuncia per far sì che il discorso si traduca in atti concreti, la passione che si sostanzia di competenza, una competenza accumulata con passione: è di questo che si tratta (o si dovrebbe) quando si parla di intellettuali, di intellettuali portatori di un pensiero critico. Come Tomaso Montanari, studioso e cittadino attivo, polemista acuto e divulgatore efficace, in questo libro in particolare, dedicato a un oggetto a prima vista riservato a cerchie ristrette, di cultori del patrimonio storico artistico, o di credenti animati dalla fede. Senonché, il destino di molte chiese – chiuse, impraticabili, abbandonate, saccheggiate, contraffatte – è spia di una crisi culturale, e civile, che travalica le loro porte serrate e i loro muri cadenti. Perché si tratta di “Luoghi del silenzio: pause nella vita di ogni giorno, capaci di suggerire un diverso senso del tempo, un altro ritmo esistenziale”, per cui “bisognerebbe avere la lucidità di comprendere che, nella densità asfissiante e ansiogena della nostra vita quotidiana, entrare in una chiesa antica, sostarvi anche senza una precisa ragione, equivale a respirare. A poter pensare entrando in un mondo governato da altri ritmi, altri colori, altre luci, altre prospettive”: “In una società che si regge sulla teorizzazione della mancanza di alternative (esistenziali, culturali, politiche) le antiche chiese sono un mondo radicalmente alternativo al nostro: un mondo che si può conoscere semplicemente varcando una soglia”.

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Un romanzo fatto di racconti

Carlo Simoni, Se viene qualcuno, Castelvecchi 2021 (pp. 400, euro 25,00)

“Se viene qualcuno” è l’intercalare – si legge nella quarta di copertina – che accompagna i discorsi di Gina, la madre del protagonista, per tutta la vita, e che negli anni perderà via via i colori di una speranza vaga per assumere quelli di una minaccia incombente.
Il taglio autobiografico di questo romanzo fatto di racconti non impedisce all’autore di dar conto dell’esemplarità della vicenda della sua famiglia in quella più generale del dopoguerra e del secondo Novecento nel nostro Paese, muovendosi non sul terreno della ricostruzione storica ma su quello dell’evocazione narrativa, dell’immedesimazione – anche sul piano linguistico – con il bambino e poi il ragazzo di un tempo.
A emergere sono momenti cruciali che la narrazione privilegia in forza di una necessità dettata dalla percezione del carattere essenziale e per nulla logorato di alcuni ricordi, dalla certezza del ruolo da essi giocato nel determinare passaggi nodali, qualificanti la singolarità di una formazione.
Il tutto, giocato sempre nella consapevolezza del carattere indistinto e mutevole della relazione fra l’Io che racconta e l’Io di cui si racconta.

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Lo scrittore investiga

Patrick Modiano, Inchiostro simpatico, Einaudi 2021 (pp. 108, euro 16)

Le istruzioni del titolare dell’agenzia di investigazioni sono povere, scarne anche le note contenute nella scheda attinente alla donna scomparsa: il ventenne incaricato della ricerca si mette all’opera, ma pochi mesi dopo lascia l’agenzia, portando però con sé, senza una ragione precisa, il documento. L’indagine si insabbia ma, carsicamente, torna ad affiorare riconquistando il desiderio di sapere del protagonista. Il quale, tra episodi disseminati nel racconto e personaggi che compaiono per poi sparire e successivamente essere ripescati, la troverà, quella Noëlle Lefebvre, sulle cui tracce si è mosso fin dall’inizio. Il tutto, però, complicato dall’andirivieni della memoria, dalle sue doppiezze, dai sui sottofondi enigmatici: Modiano lo si riconosce da questa attenzione all’“arte della memoria”, che gli è valsa il Nobel pochi anni fa, un’arte “con la quale – recitava la motivazione del premio – ha evocato il destino umano più inafferrabile”. Come quello di Noëlle, appunto, ma non solo: la traiettoria dell’uomo che le dà la caccia non è meno sfuggente.

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Il brutto di non esserci

Roberto Livi, Solo una canzone, Marcos y Marcos 2021 (pp. 240, euro 18)

“Ero così abituato al mio comportamento da brava persona, che arrivato a un certo punto della vita ho cominciato a pensare di essere davvero una brava persona”, recitava l’incipit del precedente romanzo di Roberto Livi (La terra si muove, Marcos y Marcos 2017), e anche il protagonista di questo è un uomo che fatica a scovare una propria identità. Aspirante cantautore, gestisce un ristorante nel quale la cuoca non ha che da scongelare i cibi surgelati che si servono, guarniti di “qualche foglia di insalata o spicchio di pomodoro, o qualsiasi altra cosa che (li) faccia somigliare a un piatto tradizionale”, e lui deve servire ai tavoli, sia pure controvoglia: “una cosa che non sopporto del mio mestiere – sono le prime parole del romanzo – sono quei clienti che parlano senza guardarmi negli occhi (…) Forse non si rendono conto di quant’è brutto non essere, anche per me che sono un cameriere”, proprio per questo tenuto a “non esserci” per non disturbare i clienti con la sua presenza. Rischio che non corrono gli altri due, rintanati sempre in cucina: la cuoca Gianna, con i suoi ottanta chili messi su dopo esser rimasta sola (“Lei è convinta che suo marito l’abbia lasciata per via del grasso, ma pare che il grasso sia venuto dopo”), e il fedele quanto malandato Silverio, tuttofare che non sa stare lontano dalla “Luna nel pozzo”, questo il nome del ristorante. Sullo sfondo, ma sempre vivo nella memoria del protagonista, il padre, ex camionista innamorato del sassofono, che aveva avviato il locale organizzandoci una sala da ballo. Ma erano altri tempi.

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Oggi, domani / Annalisa Ambrosio

“È stato addirittura coniato un termine – buonismo – che si attribuisce con grande disinvoltura a qualsiasi cosa che un tempo veniva considerata buona, come avere a cuore gli ultimi, fare beneficenza o contestare chi fa il forte con i deboli (…). Io credo che la maniera più saggia e completa di riabilitare la bontà sia ammettere che la bontà è una forma di intelligenza. La bontà non è un fatto psicologico o morale e tantomeno l’osservanza religiosa di un sistema di regole. La bontà è l’intelligenza di chi non si sente solo al mondo e conosce, rispetta, asseconda la vita in ogni sua forma. In questo senso la parola più adatta per esprimerla è partecipazione: è buono chi partecipa alla vita nel suo complesso. Non solo alla sua. Chi è buono abbraccia il mondo, perché sa comprenderlo nel suo sguardo. La formula della sua intelligenza si traduce in una particolare combinazione di umiltà e fermezza: fare scorrere la vita senza dare preminenza assoluta alla propria, ma senza mai tralasciarla”.

Una natura domestica, non addomesticata

Philippe Descola, Un’ecologia delle relazioni. L’uomo e il suo ambiente, Marietti 1820, 2021 (pp. 60, euro 9)

Ha il tono della rievocazione, ma risponde anche al proposito di un consuntivo, questa breve, esemplare lezione di uno dei più grandi antropologi del nostro tempo. Antropologo ma, innanzitutto, etnografo, lo “specialista che si immerge nella vita di una comunità, vicina o lontana che sia dal suo luogo d’origine”, “per capire dall’interno le sue abitudini”, “i suoi modi di agire e di pensare”. La comunità studiata da Descola è stata, per anni, quella amazzonica degli Jivaros Achuar; il fulcro della cultura là indagata, messo a fuoco attraverso la riflessione dell’etnologo, si rivela sorprendentemente pertinente rispetto ai problemi, anzi al problema dei nostri tempi: la relazione fra l’uomo e la natura; il modo, e la misura, nei quali gli uomini si sentono parte dell’ambiente in cui vivono. È l’antropologo, infine, ad estrarre e formalizzare le concezioni che governano questa relazione.

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